Postato da: SthenDeedax alle17:45il giovedì, luglio 29, 2004
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Vi avverto prima...il momento lo richiede e quindi non posso sottrarmi dall’essere estremamente formale. Con la presente è mia intenzione, innanzitutto, ringraziare chiunque di voi abbia solo posato lo sguardo su questa discarica abusiva a cielo aperto, che è questo blog, e non abbia storto il naso alla prima occhiata. Se poi tra di voi c’è anche qualcuno che ha dato più di una occhiata al materiale radattivo da me lasciato a desertificare i vostri ben curati prati all’inglese....beh, i soggetti in questione hanno tutta la mia stima per il fegato e l’autolesionismo dimostrato. Se mi inviate una foto diventerete i miei nuovi oggetti di culto.

Con la presente inoltre mi congedo per un mesetto o poco più, non so se andrò, dove andrò, quando, per quanto, ma di sicuro continuerò a pensare a cose da condividere con voi, anche se non le scriverò....all’istante. Ancora, in questo mese non potrò fare a meno di non pensare a molti di voi...o quanto meno di immaginarvi....nelle vostre ridotte tenute estive a godervi le meritate vacanze, iperabbronzati, ipereccitati, iperstressati. Vi mando un caro saluto con la promessa di novità settembrine. Ehy, ricordatevi di essere felici. D’estate è un obbligo. Ciao. SD


Postato da: SthenDeedax alle17:05il domenica, luglio 18, 2004
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Atto Finale

  

 

Si avvicina. Mantiene sempre la stessa andatura da quando l’ho visto la prima volta, un bel po’ di anni fa. In realtà lui stesso è sempre uguale. Ha la magliettina di cotone rossa, la solita. Se la toglie solo quando il clima si fa più rigido per sostituirla con quella di lana color carne. I pantaloncini son sempre gli stessi da una quindicina di anni a questa parte. Bordeaux con un buco all’altezza della coscia sinistra. Le scarpe, no, quelle sono nuove, anche se non di marca, indossate senza calzini. Lento e costante. Gli passo affianco facendogli un cenno di saluto con il capo, alzandolo di scatto all’indietro, per non far vedere che di voce proprio non ne ho più. Maledetto vecchiaccio, hai vinto anche oggi la tua partita a scacchi con la morte, non hai proprio intenzione di arrenderti. Di nuovo con elmetto e baionetta, ancora una volta sulla breccia…..

Zì Catiè, è così che si chiama il milite in questione. È basso e magro, oltre ogni immaginazione. Le braccia, poi, quelle son davvero particolari. Sono solo ossa, avvolte in un lieve strato di carta velina che gli fa da pelle. Cosparsa di piccole chiazze marroni tipiche dell’età senile. Ha la testa grossa rispetto al suo esile corpo. Capelli bianchi, rasati ad identica lunghezza in tutti i lati. Occhi sempre socchiusi e fronte spaziosa.

Corre proprio maluccio Zì Catiè. Ha il busto in avanti, e spalle strette, poggia male la pianta del piede a terra, braccia lungo il corpo e gambe rigide come stecchini. Unico movimento fuori dal sincronismo collaudato, una strofinata energica al capo con la mano destra, per scrollarsi un po’ di sudore e per darsi una sferzata. Ha sempre lo stesso sguardo il vecchio, occhi spenti, per lo più rivolti verso il basso. Gli manca la luce che in maniera diversa risplende nell’iride degli altri corridori matttutini. Nemmeno il mio sguardo scazzato da sette del mattino, regge il confronto. Ha gli occhi del condannato, del posseduto, di chi sa che nell’attimo esatto in cui decidesse di smettere e di starsene “calmo” arriverà inesorabile la fine di tutto. Qualche anno fa, insieme ad un amico decisi di sfidare il vecchio leone nella sua riserva di caccia, con la tipica arroganza e strafottenza di chi è giovane, scemo….e incosciente. Gli proponemmo una corsetta, pensando, perché no, anche di prenderci un po’ gioco di quel rottame. Il maledetto, ci fece correre per più di due ore e mezza e più di diciotto chilometri, al solito passo, lento e costante. Erosivo e sfiancante. Inutile dire che alla fine io e il mio amico avevamo visioni mistiche, causa la fatica, che alla madonna ormai davamo del TU. Per nulla scosso, alla fine ci disse una cosa del tipo: il fatto che abbiate le penne non vuol dire che sappiate volare, e quando cercate di farlo cadete sempre di testa. In pratica ci diede dei polli, buoni a malapena per farci il brodo.

Poi il tempo è passato e i sentimenti di incomprensione e sfida nei confronti di quel vecchio sono cambiati. Allora non capivamo perché una persona anziana, che poteva comodamente starsene in pantofole e vestaglia, scendesse di buon’ora ogni santa mattina, e stressasse il suo debole ed esile corpo in una corsa sfiancante di più di due ore. Quando cresci, un po’ cominci a capirlo quel solitario figuro. Cominci a capire che è importante ad una certa età porsi delle domande, chiedersi cosa si è, e cosa si è ancora in grado di fare, se si è ancora utili a qualcosa…che magari queste domande uno o se le pone sempre lungo tutta la sua esistenza o non se le pone proprio mai…ma che quando non hai più un lavoro, un impegno quotidiano, una famiglia, uno svago o un interesse e un obbiettivo qualsiasi, se non quello di evitare di fartela nei pannoloni….capisci che queste domande si trasformano in un peso che ti trascini dietro quotidianamente, in tarli che ti rosicchiano da dentro e che non ti danno tregua. Allora a qualcuno dovrai pure affidarti per avere una qualche forma di risposta. Allora capisci che la strada è lì apposta, con la sua schiettezza e la sua fermezza nel non concedere sconti a nessuno. Capisci che quando gli altri ti guardano come un folle, come si guarderebbe uno che cammina nudo con una rana cosparsa di burro al guinzaglio che va a vedere un film di Muccino, tra l’incredulità, la derisione e la compassione…te puoi anche permetterti di incenerirli con uno sguardo o uno scatto, come per dirgli io sarò pure fuori dagli schemi, dalle regole e dallo stile, ma voi non siete un cazzo di niente!

Mi saluta con un occhiolino, (sottinteso: ti ho riconosciuto pollastro!), io mi dirigo verso casa, faccio l’ultimo scatto chiedendo alle gambe un di più che non hanno…rallento, cammino, mi fermo, e respiro…allargando le braccia e il petto….sei chilometri o giù di lì…..vedo l’orologio, trentadue minuti e ventinove secondi…vorrà dire che le cose fatte con calma decisamente non fanno per me!!!! (….this is the end!)

 

 

 


Postato da: SthenDeedax alle09:59il domenica, luglio 11, 2004
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Atto II/III bis

 

 

Procedo a testa bassa ormai. Lo stile dopo quattromila metri va a farsi benedire. Le gambe sono blocchi di marmo che mi trascino dietro come uno schiavo dell’avanticristo. Corro tra i binari. I muscoli mi si indolenziscono per ogni avallamento e per ogni, appena accennata, cunetta dell’asfalto. Come se prendessi un calcio negli stinchi ogni dieci metri. Ho palato, gola e naso completamente arsi e secchi, dal caldo e dalla respirazione sempre più affannosa. Dovrei inumidirli con un po’ di saliva. Per poi la sputarla. Altrimenti si ingoia polvere. Ma è una cosa che odio e che non son mai riuscito a fare. Sento una forte puzza di benzina, alzo di poco lo sguardo. Vedo il treno merci che trasporta le lamiere per i cantieri, venirmi incontro sbuffando. Oggi non è una giornata per battaglie perse…domani, magari, ma oggi no! Mi scanso, e corro ai lati, tra i grandi pioppi che stanno screpolando e rigonfiando l’asfalto con le loro nerborute radici. Non è autunno, ma ci sono comunque delle grandi foglie gialle tripuntite a terra che mi costringono a rallentare per non correre il rischio di cadere faccia a terra. Passo davanti alle giostre a pagamento. Le hanno rinnovate da un paio d’anni. Hanno tolto la jeep e la moto, le mie preferite. Ora ci sono solo il vascello pirata e un trenolento per i più piccoli. Sistemano le loro cianfrusaglie i venditori di palloncini e giocattolini vari. Mentre la moglie del giostraio si toglie i bigodini affacciata alla finestra della roulotte. Qualche centinaio di metri più avanti ci sono quelle istallate dal comune. Mi sembrano belline, sfiziose, divertenti, tutte in legno e più consone all’ambiente. Allora, un po’ rimpiango che quando ero piccolo io, non c’erano ancora. Quasi mi vien voglia di salirci su quel cavallino di legno verde con la molla sotto, perché deve essere una cosa parecchio divertente, e poi perchè è una esperienza che mi manca. La jeep e la moto non andavano avanti e indietro, giravan soltanto, seguendo tutte le altre giostre, in maniera ordinata e prevedibile…e poi li stoppavan troppo presto. Maledetti scippatori di momenti divertenti! Una ragazzina con un vestitino lilla e il merletto rosa, accompagnata da un anziano sbilenco, mi precede sul cavallino. Mi sa che dovrei ringraziarla quella lesta e minuscola bambina. E poi che senso avrebbe salire su un cavalluccio verde, senza un nonno che ti guardi compiaciuto e ti compri il gelato? Sono quasi arrivato alla fine, ma nel frattempo cerco di non pensare ai vari dolori e al fiato ormai scarso, guardando un altro po’ di umanità. Ma il lungomare ora si sta svuotando di corridori e atleti vari, a causa del caldo spietato, per lasciare spazio ai meno discreti e più invadenti e chiassosi, e decisamente più ordinari, personaggi che lo popolano per il resto della giornata. Tra i pochi rimasti, noto una ragazza. La conosco. Al liceo stava un anno dopo il mio. Noto che è vestita in maniera sportiva, con pantacollant e una polo, capelli raccolti e sempre un lieve velo di trucco. Sulle spalle ha uno zainetto nero, ma non credo che stia andando all’università, nè in biblioteca…credo si stia allenando, a camminare. Si muove in maniera disarticolata. Trascina quasi la gamba destra. Quando cerca di sollevarla un po’ da terra lo fa in maniera innaturale, facendo forza sull’anca. Era un po’ che non la vedevo, qualche anno probabilmente! Cerco di farmi sul suo lato per salutarla, ma lei mi vede, arrossisce e abbassa lo sguardo cercando di sottrarsi al mio. Io quasi mi fermo, penso che probabilmente si senta a disagio, ed allora procedo per la mia strada. Spero solo che stia bene o quanto meno che non sia nulla di grave!

Mi mancano gli ultimi cinquecento metri. Vorrei fermarmi, lasciarmeli per qualche altro giorno questi ultimi, pochi e decisivi metri. Sento il cuore martellarmi il petto con violenza, i polmoni sempre più rimpiccioliti e malconci. Credo che per oggi sia abbastanza. Ma d’un tratto alzo lo sguardo e vedo venirmelo incontro. Con la sua andatura lenta ma costante. Finalmente ci si rivede, meledetto. Mi ricompongo un po’, petto, testa, spalle, glutei, tutto come al primo chilometro…perché non esiste al mondo che lui sia fresco come una rosa e io mi senta uno straccio! (….continua…)     


Postato da: SthenDeedax alle10:27il sabato, luglio 03, 2004
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Atto II/III

 

 

Entro nel porto. Ci sono i traghetti in partenza semivuoti. Ed un paio di piccole navi. È presto, non stanno ancora lavorando. Si vedono anche qui un paio di marinai che fumano e bevono caffè appoggiati al ponte. Un cargo trasporta legno. Chissà di quale foresta vergine africana! Materia prima per i mobilifici dell’entroterra. Ce ne sono un paio, poi, che portano grano. Farina dall’Ucraina. Forget Chernobyl! Pasta, tipico Made in Italy. A terra c’è un misto di farina bianchissima e truciolato, che quasi mi fa scivolare. E su cui lascio le mie impronte, novello Armstrong sulla Luna. Si alzano nugoli di polvere. Ci sono sulla sinistra, sopra un piccolo lembo d’acqua affianco alle navi, dei pescatori di polpi. Hanno una lenza ciascuno con attaccata la “purpara”. Per quelli di voi che non la conoscessero, immaginate una di quelle spazzole che usano le donne per arricciarsi i capelli. Con tutto attorno ami grandi se si va a polipi o con ami piccoli a pettine se si va a seppie. La lenza viene tenuta sull’indice, per avvertire ogni minimo movimento. Lesti nello strappo. A quanto pare, non abbastanza stavolta. Do un’occhiata all’acqua in cui stanno pescando questi pazienti sismologi umani. Ha un sottile strato di petrolio o chissà cosa, che vi galleggia in superficie. I riflessi del sole le danno un iridescente colore dorato dalle sfumature blu, verdi e rosse. Sembra il mare di tutti i giorni…visto con gli occhi di uno fatto di LSD. Arrivo in fondo alla banchina d’attracco. Il vento contrario rende il caldo più sopportabile, e lo sforzo tremendamente più duro. Adoro il “faticosamente impegnativo”, giungo al termine di questa lingua di cemento armato in mezzo al mare. Tocco il faro e inverto la direzione. Sono ormai al terzo chilometro. Le gambe si gonfiano, cominciano a pulsare e a produrre acido lattico. Arriva l’attesa prima crisi. La supero con facilità. Cambiando il ritmo delle respirazione. Due dentro, una fuori. La prossima sarà più dura, se non quella decisiva. La maglietta mi si attacca al petto, comincia a far davvero caldo. Cerco di asciugarmi il sudore, ma è peggio. Esco dal porto e mi dirigo verso i cantieri navali. Passo di fronte ai biscottifici. Odore che alleggerisce la fatica. Anche se i biscotti tipici della mia città, mi hanno sempre fatto parecchio schifo. Arrivo nella zona degli chalet. Ci sono gli scaricatori di cozze che sistemano “l’oro nero dei poveri” nelle retine blu. Olezzo insopportabile. Credo che le cozze ormai non abbiano più nulla a che fare con il mare. Davanti alla fonte che da il nome alla zona, c’è già un bel gruppo di gente che viene da tutta la provincia. Alle sette del mattino hanno già la voglia e la forza di litigare sul chi stava avanti a chi…che pena!

Tocco la porta del cantiere, saluto un amico velista che si prepara a salpare, gli auguro “in bocca al lupo”. Mi prendo un bonario “mavafanculo”. Allora mi correggo e gli urlo “buon vento”. Lui mi fa il segno delle corna, quelle che secondo lui io ho, e mi sorride amaro. Ho rallentato un po’ troppo il ritmo, cerco di spingere di più sulle gambe. Do un’occhiata all’orologio e un po’ mi preoccupo. Che fine avrà fatto? Che se ne sia andato? Che il mite inverno appena trascorso se lo sia portato via? Sono quasi in apprensione, ma cerco di non pensarci, perché al ritorno mi mancano ancora più di tre chilometri. E sono in riserva già da un bel pò. (….continua…)